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Il contadino, poeta e filosofo

Posted by Taianokai on Gennaio 10, 2010

Carlo Sartori, Il contadino, poeta e filosofo – 1973

L’emozione che in questa tela ci offre l’artista ha un sapore del tutto particolare, inusuale anche per lo stile con il quale il pittore ama esprimersi, il “naif”.

La prima sensazione che ci trasmette sta nelle proporzioni e nell’architettura dell’immagine. L’insieme di tutti i temi che ci propone avviene, per così dire,  in uno spazio riempito principalmente dal soggetto ritratto, quasi ad escludere, o, ad allontanare, con prospettive esasperate, le realtà materiali come la casa e i campi coltivati, con la sola esclusione dei tre animali che in primo piano condividono la ribalta con lui.

Trovo che questa sia una scelta di linguaggio netta, voluta dall’artista per focalizzare un momento quotidiano che in se racchiude una grande profondità.

Cosa vuole offrirci il pittore del momento di intimità di quest’uomo semplice, sicuramente non colto nel senso accademico del termine? La sua “realizzazione”. Un uomo che apparentemente sembra non far nulla, seduto mentre fuma la sua sigaretta, probabilmente fatta da solo, dopo aver mangiato una mela che ha sbucciato con cura lasciandone il torso, quindi per gustarne il meglio, senza, però, irriverenti sprechi. Fuma la sua sigaretta mentre il suo sguardo si proietta in una direzione che sembra non portare a nulla. Sicuramente quello sguardo è molto più avanti e più lontano di quello che possono suggerire i suoi occhi. È la calma ciò che trasmette un individuo che gode del suo momento, nella contemplazione dell’attimo, assaporandone ogni sfumatura, come il piacere semplice di togliersi le scarpe per liberare i suoi piedi dopo un duro lavoro.

Questo momento di “ozio”, tanto estraneo alla cultura moderna, richiama alla memoria il senso profondo che esso aveva per le culture antiche e tradizionali.

L’otium è uno dei fondamenti della civiltà occidentale: così si legge nella “Metafisica” di Aristotele, al primo capitolo. E anche l’etimologia del termine ci riserva un insegnamento: otium in greco si dice scholè, passata in latino nella parola schola, in italiano scuola. Dunque il termine con cui vengono designate le sedi della cultura, anzi della formazione alla cultura, significa otium. Scuola non significa scuola, ma otium.

Joseph Pieper, Otium e culto, Morcelliana 1956, pag. 10.

Perché, si, lui è lavoratore. Ce lo rivelano i suoi piedi nudi, deformati dal poco confort delle sue grandi scarpe. Le sue mani rudi e nodose, avvezze ai duri lavori che la terra richiede, le forti braccia. Ora sta vivendo il suo momento di “otium”, ed ha lavorato per poter giungere a questo momento. Al suo fianco ha un libro chiuso, “la Felicità”, un libro che non ha bisogno di leggere, anche se lo ha con se, perché non è su di un libro che cerca le indicazioni per ottenerla: egli stesso incarna quello stato d’animo.

L’otium è uno stato dello spirito, un clima spirituale… atteggiamento di non attività… di riposo, del lasciar accadere, del silenzio… configurazione di quel silenzioso raccoglimento che è un presupposto necessario alla percezione della realtà… stato della percezione recettiva, del concepimento intellettivo, dell’immersione intuitiva e contemplante della realtà… Nell’otium è presente qualcosa della serenità del non-poter-capire, di quel riconoscere il carattere misterioso e insondabile dell’essere. C’è in esso l’ardimento del cuore che si affida senza calcolo al corso delle cose… L’otium non è l’atteggiamento di chi assale, invade, ma di chi s’apre accogliente; non sta nel comportamento di chi stringe afferrando, ma di chi allenta, di chi si distende, abbandonandosi, quasi come si abbandona il dormiente (solo chi si abbandona si rilassa, può dormire). E infatti, come agitazione e insonnia appaiono termini correlativi, così l’uomo in otium è simile al dormiente… Il diletto ristoratore che proviamo nella contemplazione di una rosa che sboccia, di un bimbo che dorme, di un mistero divino, non è forse simile al diletto ricreatore che troviamo in un sonno profondo e tranquillo?… nell’otium sono partecipate all’uomo le grandi, felici, irraggiungibili immagini e idee… l’otium è abbandono continuo della sfera propriamente umana… (ed) è solo possibile a questa condizione: che l’uomo, non solo sia in armonia con se stesso, che aderisca al suo essere (mentre l’accidia prospera nel rifiuto di questa adesione), ma che entri in armonia con l’orientamento della realtà totale. L’otium nasce dall’adesione. Non è pura e semplice inattività, non è simile alla quiete, e neppure alla quiete interiore. Ma è invece simile al silenzioso colloquio degli amanti che si nutre d’intimo accordo.

Joseph Pieper, Otium e culto, Morcelliana 1956, pag. 36, 37, 38.

Stato d’animo indotto dall’armonia con se stesso e con il mondo che lo circonda, nel suo dolce far nulla, nella contemplazione del suo mondo interiore. È proprio quello che ci rivela il suo sguardo. È in se stesso che quest’uomo sta guardando, ed è in se stesso che si ritrova. E in questo viaggio speciale, in questo muoversi nell’immobilità, ritrova l’armonia con il creato. A tal punto che gli animali che lo affiancano, lo fanno liberamente, perché lui non offre nulla loro, né cibo, né gratificazione affettiva. Però sono loro ad andare da lui, diventando parte integrante del “primo piano” prospettico dell’opera. Lui si offre nella sua cosmica armonia, consentendo loro di entrare a far parte e di godere di questa fusione con il tutto. Vanno da lui attratti come da un francescano magnetismo.

Un attimo, magico, di contemplazione del momento presente, unico, irripetibile. Non c’è dopo, non c’è prima in questo uomo semplice, c’è solo il momento.

Renatus

Carlo Sartori – pittore