Apr
29

L’Uomo adamantino

Posted by Taianokai on Aprile 29, 2009

Brano proposto

 

      Il diamante, cioè il carbonio cristallizzato, è per composizione chimica la stessa e identica cosa del comune carbone. Allo stesso modo, non ci sono dubbi che il canto dell’usignolo e il miagolio frenetico del gatto in amore siano la medesima cosa nel loro fondamento psico-fisiologico, essi sono cioè l’espressione sonora di un istinto sessuale particolarmente intenso. Ma mentre il diamante è bello e viene pagato a caro prezzo per la sua bellezza, neanche il selvaggio meno esigente vorrà adoperare il carbone come ornamento. Così il canto dell’usignolo venne ritenuto sempre e dappertutto una manifestazione del bello nella natura, mentre il verso del gatto, che esprime non meno chiaramente un identico motivo psicosomatico, non ha mai procurato piacere estetico a nessuno e in nessun luogo. Da questi esempi elementari appare già chiaro che la bellezza è formalmente qualcosa di particolare e di specifico, qualcosa che non dipende direttamente dal fondamento materiale del fenomeno e gli è anzi irriducibile […]

      La bellezza del diamante non è affatto una proprietà della sua materia (perché quest’ultima è identica a quella di un brutto pezzo di carbon fossile) e quindi dipende evidentemente dal gioco dei raggi luminosi nei suoi cristalli. Tuttavia da ciò non consegue che la proprietà della bellezza appartenga non al diamante stesso ma al raggio di luce che quello rifrange. Infatti, quel medesimo raggio di luce, riflesso da un oggetto brutto, non procura alcun godimento estetico e se non viene riflesso da nulla non produce impressioni di sorta. Questo significa che la bellezza non appartiene né al corpo materiale del diamante né al raggio di luce che quello rifrange ma è un prodotto d’ambedue nella loro azione reciproca. Il gioco di luce, trattenuto e modificato da questo corpo, occulta totalmente il suo aspetto volgarmente materiale e benché l’oscura materia del carbonio sia qui presente come nel carbone, lo è però in quanto portatrice di un principio diverso, luminoso, che in questo gioco di colori manifesta un contenuto suo proprio. Quando cade su un pezzo di carbone, il raggio luminoso viene assorbito dalla materia di quest’ultimo, il cui colore nero è il simbolo naturale del fatto che qui l’energia luminosa non ha vinto gli oscuri elementi della natura. D’altra parte, se prendiamo, per esempio, un semplice vetro trasparente, vediamo che qui la materia si è trasformata in un mezzo indifferente ai raggi luminosi, un mezzo che li lascia passare attraverso senza cambiarli minimamente, senza esercitarvi alcun influsso di qualche rilevanza; non c’è alcun dubbio che in questi fenomeni contrapposti il risultato per la questione che ci interessa sia lo stesso e cioè negativo: il semplice vetro bianco, come il carbone nero, non entrano nel novero dei fenomeni belli e non possiedono alcun valore estetico. Se invece il diamante possiede questo stesso valore, e lo possiede con certezza (anche se in grado elementare) ciò dipende evidentemente dal fatto che in esso né la materia oscura né il principio luminoso prevalgono unilateralmente ma si compenetrano invece a vicenda in un certo equilibrio ideale. Qui per un verso, la materia del carbonio, pur mantenendo tutta la propria forza di resistenza (quale corpo duro), è stata però determinata dal suo opposto, essendo diventata trasparente, completamente luminosa e invisibile nella sua proprietà oscura; per un altro verso, il raggio luminoso, trattenuto dal corpo cristallino del diamante, ne riceve una pienezza nuova di essere fenomenico e, rifrangendosi, si scompone o si articola, a ogni sfaccettatura, nei componenti della luce, e dal semplice bianco si trasforma in un fascio complesso di spettri policromi e così appare al nostro occhio. In questa fusione, indivisibile e in confusa, di materia e di luce, l’una e l’altra conservano la propria natura, ma nessuna delle due è visibile separatamente, mentre invece si vede unicamente la materia portatrice di luce e la luce incarnata: un carbone illuminato e un arcobaleno pietrificato.

     Non ci è possibile e nemmeno necessario affermare una contrapposizione assoluta fra la luce e la materia nella loro sostanza metafisica e nella loro realtà fisica. Non è possibile ritenere la luce un’essenza puramente ideale, come fa, per esempio, Schopenauer, e allo stesso modo non è possibile vedere nella materia una nuda cosa in sé, priva di qualsiasi determinazione ideale e assolutamente indipendente da principi spirituali. Quali che siano i filosofemi sull’essenza delle cose, e quali che siano le teorie fisiche sugli atomi, l’etere e il moto, ai fini della nostra discussione estetica è assolutamente sufficiente affermare la contrapposizione relativa e fenomenica che esiste fra la luce e i corpi gravi in quanto tali. In questo senso la luce è in tutti i casi un agente trans-materiale, ideale. Vedendo, dunque, che la bellezza del diamante dipende interamente dall’illuminazione della sua materia, che trattiene e scompone (articola) i raggi luminosi, dobbiamo definire la bellezza una trasfigurazione della materia attraverso l’incarnazione in essa di un principio diverso, trans-materiale.

Vladimir Solov’ev, La bellezza. Nella natura, nell’uomo, nell’arte (EDILIBRI).

 

 diamante

Il “succo” della conversazione

 

       Se in una Via spirituale è da ravvisarsi l’itinerario artistico che conduce l’Uomo all’Illuminazione, e quindi alla realizzazione in sé della Bellezza, il brano proposto fornisce un’occasione di  approfondimento circa l’interattività fra l’Uomo e la Luce. Diciamo “itinerario artistico” poiché, ancora secondo Solov’ëv,

 

      «l’arte perfetta incarna l’ideale assoluto non soltanto nell’immaginazione ma anche nella realtà, spiritualizzando e transustanziando la nostra esistenza».

 

     Come composto di carne, cioè di materiale opaco, l’Essere Umano si presenta indubbiamente alla stregua di un pezzo di carbone, che però, grazie alla luce, può tramutarsi in diamante. È appena il caso di precisare che la Luce di cui qui si tratta – “l’ideale assoluto” –  non è quella che scaturisce  da una fonte esterna al diamante e su questo si riversa bensì quella che da un fonte interna s’irradia sull’Uomo per spiritualizzarlo e transustanziarlo, sempre che esso non ci tenga a… restare un pezzo di carbone! Di più, quando diciamo che tale Luce è interna – o interiore – tale parola in nessun modo dovrà intendersi indicatrice di un luogo bensì in quanto sinonimo di nascosta, invisibile, spirituale, ossia non individuabile – localizzabile – dal senso della vista, come invece accade per la luce del sole, di una lampada o di una candela.

     Il fenomeno visibile della compenetrazione unificante fra diamante e luce esterna descritto da Solov’ev ci mostra pertanto, per analogia inversa, quello che, attraverso l’Arte o Via spirituale, può realizzarsi grazie allo sposalizio fra l’Uomo e la Luce Interna.

     Come assunto iniziale e imprescindibile per la riuscita dell’operazione ha da ritenersi la disponibilità all’illuminazione: come il diamante non oppone la minima resistenza alla luce che lo investe ed anzi se ne lascia totalmente penetrare e trasfigurare, così l’Uomo ha da farsi trasparente, ovvero rinunciare all’opacità costituita dal pensiero: l’Uomo pensa, e pensando interpreta, e interpretando proietta la sua immagine (passionale) sul mondo – cose e persone – che in tal modo non è visto così com’è bensì come gli appare. Di più, egli, pensando, interpreta anche se stesso, apparendosi per quello che non è, sicché tale doppia interpretazione-apparizione deturpa l’Armonia Originaria del mondo e di sé.

     Come il diamante e la luce danno vita ad “un carbone illuminato e un arcobaleno pietrificato”, così l’Essere Umano e la Luce possono generare l’Uomo-Diamante. Non priva di interesse, a tal riguardo, un’interpretazione etimologica della parola “diamante”, che dal greco adàmanta e quindi dal latino adamàntem, la vede composta da a privativo e damào, domare, a significare l’indomabile, carattere peculiare dell’Uomo Adamantino, il quale ha pazientemente esercitato su di sé l’Arte della Trasparenza nei confronti della Luce, realizzando così, nel connubio che ne deriva, lo Stato Incondizionato.

 

 

 

     Riguardo all’Arte della Spada, tutto quanto sopra può essere così sintetizzato:

 

Renshu , Tanren  e Renma

   

     Renshu, che vuol dire « esercizio» è composto da ren, «lavorare, modellare e pulire la materia» e shu, «apprendere». Si potrebbe dirlo il grado dell’apprendista o tirocinante che inizia la lavorazione del diamante.

 

     Tanren è composto da tan, «forgiare, disciplinare» e da ren, «raffinare, temprare e, anche qui, pulire». Questo, presupponendo già un’esperienza iniziale consolidata tramite il tirocinio, lo si potrebbe indicare come il grado dell’artigiano che prosegue con maggiore competenza nello sgrezzamento del diamante.

 
    Renma, « pulire come un diamante», comprende di nuovo il ren di renshu, e ma, che si può tradurre anche «pulire», ma soprattutto «raschiare, migliorare, purificare, nettàre». Quest’ultimo, dato l’applicarsi al diamante già formato seppur ancora grezzo, potrebbe essere definito il grado dell’artista che, si spera, realizzerà infine il capolavoro.