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La mistica dell’arma bianca
Posted by Taianokai on Aprile 27, 2009Le lame d’acciaio risuonarono leggermente. Il giovane Cazorla iniziò l’attacco con grazia e successo; era veloce di gambe e di polso, e si muoveva con agilità. Da parte sua Alvarito Salanova si difendeva bene, retrocedendo di un passo invece di saltare all’indietro nei momenti pericolosi, parando in modo irreprensibile ogni volta in cui l’avversario gliene dava motivo. Dopo un po’ si scambiarono i ruoli e toccò a Salanova il compito di affondare più volte, affinché il compagno risolvesse il problema con il fioretto in seconda. Continuarono così, tirando e parando, finché Paquito Cazorla commise un errore che gli fece abbassare troppo la guardia dopo una stoccata inefficace. Con un grido di trionfo, preso dall’eccitazione dell’assalto, l’avversario abbandonò ogni precauzione per infliggergli sul petto due rapidi colpi di bottone.
Don Jaime, il maestro di scherma, aggrottò le sopracciglia e mise fine al combattimento frapponendo il suo fioretto fra i due giovani.
“Vi devo fare un appunto, cavalieri”, disse con severità. “La scherma è un’arte, certo; ma prima di tutto è una scienza esatta. Quando si impugna un fioretto o una sciabola, anche con un bottone in punta o con la lama smussata, non lo si deve mai considerare un gioco. Se avete voglia di giocare, fatelo con il cerchio, o la trottola, o i soldatini di piombo. Mi sono spiegato, signor Salanova?”
L’interpellato fece un movimento brusco con la testa, coperta dalla maschera. Gli occhi grigi del maestro lo guardarono con durezza.
“Non ho avuto il piacere di sentire la vostra risposta, signor Salanova” aggiunse severo. “E non sono abituato a rivolgermi a persone che non posso guardare in volto.”
Il giovane balbettò alcune scuse e si tolse la maschera. Era rosso come un peperone e fissava, imbarazzato, la punta delle scarpe.
“Vi ho chiesto se mi sono spiegato.”
“Sì.”
“Non ho sentito la risposta.”
“Sì, maestro.”
Jaime Astarloa guardò gli altri allievi. I giovani volti intorno a lui avevano un’espressione grave e inquieta.
“Ogni arte, ogni scienza che cerco di inculcare in voi si può riassumere in una parola sola: efficacia…”
Alvarito Salanova alzò gli occhi e fissò il giovane Cazorla con uno sguardo di malcelato rancore. Don Jaime parlava con il bottone del fioretto appoggiato sul pavimento e le due mani sul pomolo dell’impugnatura.
“Il nostro obiettivo” aggiunse “non è stupire qualcuno con un brillante colpo ad effetto, né realizzare imprese discutibili come quello di don Alvaro; gesto che gli sarebbe potuto costare molto caro in un assalto a punta nuda… La nostra mèta è mettere l’avversario fuori combattimento in modo pulito, rapido ed efficace, con il minor rischio possibile per noi. Mai due stoccate se ne basta una; nella seconda ci potrebbe arrivare una risposta pericolosa. Mai pose baldanzose o troppo eleganti se allontanano la nostra attenzione dal fine supremo: evitare di morire e, se è inevitabile, uccidere l’avversario. La scherma è, innanzi tutto, pragmatica.”
“Mio padre dice che la scherma è una pratica sana” protestò debolmente il maggiore dei Cazorla. “Quello che gli inglesi chiamano sport.”
Don Jaime guardò l’allievo come se avesse appena sentito un’eresia.
“Non dubito che il vostro signor padre abbia buoni motivi per affermare ciò. Non lo dubito affatto. Ma vi assicuro che la scherma è molto di più. Costituisce una scienza esatta, come la matematica, in cui la somma di determinati fattori conduce inevitabilmente allo stesso risultato: il trionfo o la sconfitta, la vita o la morte… Io non vi dedico il mio tempo affinché facciate sport, ma perché impariate una tecnica altamente raffinata che un giorno, secondo le esigenze della patria o dell’onore, potrà esservi molto utile. Non mi importa che voi siate forti o deboli, eleganti o goffi, che siate tisici o perfettamente sani… Ciò che importa è che, con il fioretto o la sciabola in mano, possiate sentirvi uguali o superiori a qualsiasi altro uomo al mondo.”
“Ma esistono le armi da fuoco, maestro” obiettò timidamente Manolito de Sodo. “La pistola, per esempio: sembra molto più efficace del fioretto, e rende tutti uguali.” Poi, grattandosi il naso, aggiunse: “Come la democrazia”.
Jaime Astarloa aggrottò la fronte. I suoi occhi grigi si fissarono sul giovane con estrema freddezza.
“La pistola non è un’arma, ma un trucco volgare. Se sono disposti a uccidersi, gli uomini lo devono fare faccia a faccia; non da lontano, come infami delinquenti da strada. L’arma bianca possiede un’etica che manca a tutte le altre… E, se mi è concesso, direi addirittura una mistica. La scherma è la disciplina mistica del vero cavaliere. E anche di più, con i tempi che corrono.”

Fonte: digilander.libero.it/schermatv/Le%20Armi.htm
Paquito Cazorla alzò una mano con aria dubbiosa.
“Maestro, la settimana scorsa ho letto su La Illustraciòn un articolo sulla scherma… Le armi moderne la stanno rendendo inutile, diceva più o meno questo. E concludeva affermando che sciabole e fioretti finiranno per essere pezzi da museo…”
Don Jaime scosse lentamente la testa, come infastidito dal ripetersi di uno stesso ritornello. Contemplò la propria immagine nei grandi specchi del salone: il vecchio maestro circondato dagli ultimi discepoli che gli restavano fedeli, vegliando al suo fianco. Fino a quando?
“Ragione di più per continuare a essere leali” rispose con tristezza, senza chiarire se si riferiva alla scherma o a se stesso.
Con la maschera sotto il braccio e il fioretto appoggiato sulla scarpa del piede destro, Alvarito Salanova non sembrava molto convinto.
“Forse un giorno non risaranno più maestri di scherma” disse.
Ci fu un lungo silenzio: Jaime Astarloa guardava lontano, intento, come se guardasse il mondo al di là delle pareti del salone.
“Forse” mormorò, assorto nella contemplazione di immagini che solo lui poteva vedere. “Però lasciate che vi dica una cosa… Il giorno in cui si estinguerà l’ultimo maestro d’armi, quanto di nobile possiede la lotta ancestrale dell’uomo contro l’uomo scomparirà… Resterà posto solo per il trabucco e le armi con l’impugnatura di corno, l’imboscata e la coltellata.”
I quattro ragazzi lo ascoltavano, troppo giovani per capire. Don Jaime li guardò uno per uno, indugiando su Alvarito Salanova.
Le rughe si infittirono intorno ai suoi occhi sorridenti, amari e burloni. “In realtà non vi invidio la guerra che vivrete tra venti o trent’anni.”
Arturo Pérez-Reverte, Il maestro di scherma (ediz. il Saggiatore).
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