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Un bel pezzo di arrosto
Posted by Taianokai on Gennaio 30, 2009

Sono circa le ore sedici di un pomeriggio qualsiasi: sto leggendo tranquillamente, da una fotocopia, un brano sulla Contemplazione Zen, il cui riferimento all’Autore dice niente altro che “J.K. 2000”. Ad un tratto il brillante intenso di una frase:
«L’ADESSO NON HA SCHERMO PER LE MIE PROIEZIONI»
L’effetto è quello di una fiammata che mi purifica da ogni orpello cogito-immaginativo e, per un istante extratemporale, mi lascia nudo, in uno stato di semplicità-presenza, disciolto da ogni desiderio e timore.
Questo modestissimo evento, indipendente dalla mia volontà ma verificatosi verosimilmente come “conseguenza” di un’assidua Pratica Contemplativa, mi ha indotto a constatare come il materiale cogito-immaginativo costituisca il pensiero riflesso, cioè il pensiero, di per sé pre-formale, che si oggettiva assumendo una forma, appunto ri-flettendosi sopra uno schermo o specchio che dir si voglia. È infatti proprio il riflettersi, cioè l’oggettivarsi del pensiero, a testimoniare l’esistenza di uno schermo-specchio, infallibile ed imparziale riproduttore di ogni proiezione.
Ora, il pensiero riflesso assume necessariamente una forma cangiante, che di solito (o così sembra) non lascia il minimo spazio libero sull’immutabile schermo-specchio, con ciò costituendosi, per il pensatore, come vero e proprio abbaglio. Occupando lo specchio – che di per sé, per poter riflettere, e quindi re-stituire ciò che riceve (1), ha da essere incolore e vuoto – il pensiero riflesso si propone come luce multicolore e articolata, tanto più abbagliante e seducente quanto più ricca di particolari e sfumature, talché il Pensatore (ma: CHI è, nell’uomo, Questo che pensa?), abbindolato da tale giochetto, abbandona la pura luce originaria dello specchio per smarrirsi nella fantasia cromatica derivata del pensiero riflesso (ma: CHI è, nell’uomo, che si smarrisce?).
Di qui, è da notare, l’incontenibile impulso a pensare e a parlare, cioè a stendere sulla superficie incolore e vuota dello schermo-specchio il drappo multicolore del pensiero riflesso, per compiacersene, consolarsene e… rimanerne abbagliato (ma: CHI è, nell’uomo, che prende l’abbaglio?) (2).
Tornando ancora al Pensatore, cioè a CHI pensa, occorre ribadire come il pensiero riflesso, cioè il pensato che si oggettiva assumendo una forma e un colore sullo specchio, altro non sia che una proiezione, dunque una “produzione” del Pensatore, cioè del Pensante, il quale, proprio perché produce la fantasia cromatica delle forme proiettata sullo schermo-specchio, deve essere in sé stesso a-cromatico e senza forma, dunque incolore e vuoto come… uno specchio!
Di più, il pensiero riflesso, cioè il pensiero pensato, è un pensiero morto, un pensiero che muore nell’istante del suo coagularsi in una forma (3); istante che è il medesimo del suo primigenio scaturire: istantaneità della scintilla quale origine senza forma e, insieme, della fiamma quale riflesso con forma.
Giunti a questo punto abbiamo preparato un bel pezzo di arrosto che può essere digerito (cioè tramutato in sangue e luce) solo se cotto nel forno del Silenzio Contemplativo, giacché in tale forno è acceso ed opera il Fuoco Catartico, “il fuoco che incenerisce qualsiasi concetto” (J.K. 2000) di cui la fiammata all’inizio accennata è stata, benché piccolissima, una probante testimonianza (4).

Nel bel pezzo di arrosto ha da vedersi l’identità di CHI, nell’uomo, pensa, e, pensando, resta abbagliato dal riflesso senza vita del pensato. Ma la domanda non è pertinente perché… CHI è che la pone? E CHI dovrebbe dare la risposta? Ogni domanda ed ogni risposta non cessano di costituire una proiezione, un’auto-espressione del Pensatore, che non può essere pensato, o, meglio, non può pensarsi senza che si produca un riflesso, una re-stituzione, un’oggettivazione, quindi una separazione, illusoria ma reale finché dura l’illusione, tra il Pensante ed il Pensato, ossia tra il Vivo e il Morto. Ecco perché nel Silenzio Contemplativo il Fuoco Catartico cuoce e tramuta in sangue e luce il bel pezzo di arrosto incenerendo ogni domanda ed ogni risposta, dacché la soluzione dell’enigma sta oltre ogni domanda e ogni risposta, tale “oltre” risiedendo appunto nel Silenzio, cioè nel Vivido Nulla: Picco Montano che per proiezione diventa Montagna, Fondo Abissale che per proiezione diventa Oceano, Centro Universale che per proiezione diventa Circonferenza e Sfera, Negazione che per proiezione diventa Affermazione, Assenza che per proiezione diventa Presenza.

(5)
(1) Restituire, è composto da re: di nuovo, e statere: far si che qualcosa sia. Dunque il riflettere dello specchio, è un continuo creare, un far essere sempre nuove le cose! E poi: dove potrebbero stare (sinteticamente) le cose prima di essere (analiticamente) create se non… nello specchio che le rispecchia?
(2) È così che anche il mondo, soffocato dalla cappa del pensiero riflesso, diventa un mondo pensato ed intellettualizzato, quindi pesante e deturpato, invece che visto e sentito così com’è (si consideri attentamente il paradosso del pensiero pesante, che nella sua pretesa di ‘chiarire’ il mondo stabilendo cos’è il vero e il giusto, lo ha piombato nel più sofisticato e subdolo materialismo).
(3) La forma è perciò la tomba del Pensante; forma-tomba che tuttavia, come nell’opera d’arte, può lasciar trasparire la luce del Pensante che vi è sepolto.
(4) Non è da escludere che la Prassi Contemplativa possa essere intesa ed assunta anche come un procedimento alchemico che prevede, come operazione principale, la liberazione (sovra-cosciente) del Fuoco Nascosto, inattivo sino a che non diventa il Fuoco attivo (Zolfo) che agendo sull’Acqua dell’Illusione (Mercurio) la fa evaporare e realizza l’Integrazione (Sale) dell’Uomo con Se stesso, con gli Uomini e con il Cosmo.
(5) Fonte della figura: www.iciottoliromani.it Il rosone è simbolo del Senza Forma da cui, per proiezione, s’irradiano le Forme dell’Essere.
Amico Fiorentino

Sono circa le ore sedici di un pomeriggio qualsiasi: sto leggendo tranquillamente, da una fotocopia, un brano sulla Contemplazione Zen, il cui riferimento all’Autore dice niente altro che “J.K. 2000”. Ad un tratto il brillante intenso di una frase:
«L’ADESSO NON HA SCHERMO PER LE MIE PROIEZIONI»
L’effetto è quello di una fiammata che mi purifica da ogni orpello cogito-immaginativo e, per un istante extratemporale, mi lascia nudo, in uno stato di semplicità-presenza, disciolto da ogni desiderio e timore.
Questo modestissimo evento, indipendente dalla mia volontà ma verificatosi verosimilmente come “conseguenza” di un’assidua Pratica Contemplativa, mi ha indotto a constatare come il materiale cogito-immaginativo costituisca il pensiero riflesso, cioè il pensiero, di per sé pre-formale, che si oggettiva assumendo una forma, appunto ri-flettendosi sopra uno schermo o specchio che dir si voglia. È infatti proprio il riflettersi, cioè l’oggettivarsi del pensiero, a testimoniare l’esistenza di uno schermo-specchio, infallibile ed imparziale riproduttore di ogni proiezione.
Ora, il pensiero riflesso assume necessariamente una forma cangiante, che di solito (o così sembra) non lascia il minimo spazio libero sull’immutabile schermo-specchio, con ciò costituendosi, per il pensatore, come vero e proprio abbaglio. Occupando lo specchio – che di per sé, per poter riflettere, e quindi re-stituire ciò che riceve (1), ha da essere incolore e vuoto – il pensiero riflesso si propone come luce multicolore e articolata, tanto più abbagliante e seducente quanto più ricca di particolari e sfumature, talché il Pensatore (ma: CHI è, nell’uomo, Questo che pensa?), abbindolato da tale giochetto, abbandona la pura luce originaria dello specchio per smarrirsi nella fantasia cromatica derivata del pensiero riflesso (ma: CHI è, nell’uomo, che si smarrisce?).
Di qui, è da notare, l’incontenibile impulso a pensare e a parlare, cioè a stendere sulla superficie incolore e vuota dello schermo-specchio il drappo multicolore del pensiero riflesso, per compiacersene, consolarsene e… rimanerne abbagliato (ma: CHI è, nell’uomo, che prende l’abbaglio?) (2).
Tornando ancora al Pensatore, cioè a CHI pensa, occorre ribadire come il pensiero riflesso, cioè il pensato che si oggettiva assumendo una forma e un colore sullo specchio, altro non sia che una proiezione, dunque una “produzione” del Pensatore, cioè del Pensante, il quale, proprio perché produce la fantasia cromatica delle forme proiettata sullo schermo-specchio, deve essere in sé stesso a-cromatico e senza forma, dunque incolore e vuoto come… uno specchio!
Di più, il pensiero riflesso, cioè il pensiero pensato, è un pensiero morto, un pensiero che muore nell’istante del suo coagularsi in una forma (3); istante che è il medesimo del suo primigenio scaturire: istantaneità della scintilla quale origine senza forma e, insieme, della fiamma quale riflesso con forma.
Giunti a questo punto abbiamo preparato un bel pezzo di arrosto che può essere digerito (cioè tramutato in sangue e luce) solo se cotto nel forno del Silenzio Contemplativo, giacché in tale forno è acceso ed opera il Fuoco Catartico, “il fuoco che incenerisce qualsiasi concetto” (J.K. 2000) di cui la fiammata all’inizio accennata è stata, benché piccolissima, una probante testimonianza (4).

Nel bel pezzo di arrosto ha da vedersi l’identità di CHI, nell’uomo, pensa, e, pensando, resta abbagliato dal riflesso senza vita del pensato. Ma la domanda non è pertinente perché… CHI è che la pone? E CHI dovrebbe dare la risposta? Ogni domanda ed ogni risposta non cessano di costituire una proiezione, un’auto-espressione del Pensatore, che non può essere pensato, o, meglio, non può pensarsi senza che si produca un riflesso, una re-stituzione, un’oggettivazione, quindi una separazione, illusoria ma reale finché dura l’illusione, tra il Pensante ed il Pensato, ossia tra il Vivo e il Morto. Ecco perché nel Silenzio Contemplativo il Fuoco Catartico cuoce e tramuta in sangue e luce il bel pezzo di arrosto incenerendo ogni domanda ed ogni risposta, dacché la soluzione dell’enigma sta oltre ogni domanda e ogni risposta, tale “oltre” risiedendo appunto nel Silenzio, cioè nel Vivido Nulla: Picco Montano che per proiezione diventa Montagna, Fondo Abissale che per proiezione diventa Oceano, Centro Universale che per proiezione diventa Circonferenza e Sfera, Negazione che per proiezione diventa Affermazione, Assenza che per proiezione diventa Presenza.

(5)
(1) Restituire, è composto da re: di nuovo, e statere: far si che qualcosa sia. Dunque il riflettere dello specchio, è un continuo creare, un far essere sempre nuove le cose! E poi: dove potrebbero stare (sinteticamente) le cose prima di essere (analiticamente) create se non… nello specchio che le rispecchia?
(2) È così che anche il mondo, soffocato dalla cappa del pensiero riflesso, diventa un mondo pensato ed intellettualizzato, quindi pesante e deturpato, invece che visto e sentito così com’è (si consideri attentamente il paradosso del pensiero pesante, che nella sua pretesa di ‘chiarire’ il mondo stabilendo cos’è il vero e il giusto, lo ha piombato nel più sofisticato e subdolo materialismo).
(3) La forma è perciò la tomba del Pensante; forma-tomba che tuttavia, come nell’opera d’arte, può lasciar trasparire la luce del Pensante che vi è sepolto.
(4) Non è da escludere che la Prassi Contemplativa possa essere intesa ed assunta anche come un procedimento alchemico che prevede, come operazione principale, la liberazione (sovra-cosciente) del Fuoco Nascosto, inattivo sino a che non diventa il Fuoco attivo (Zolfo) che agendo sull’Acqua dell’Illusione (Mercurio) la fa evaporare e realizza l’Integrazione (Sale) dell’Uomo con Se stesso, con gli Uomini e con il Cosmo.
(5) Fonte della figura: www.iciottoliromani.it Il rosone è simbolo del Senza Forma da cui, per proiezione, s’irradiano le Forme dell’Essere.
Amico Fiorentino
Questo modestissimo evento, indipendente dalla mia volontà ma verificatosi verosimilmente come “conseguenza” di un’assidua Pratica Contemplativa, mi ha indotto a constatare come il materiale cogito-immaginativo costituisca il pensiero riflesso, cioè il pensiero, di per sé pre-formale, che si oggettiva assumendo una forma, appunto ri-flettendosi sopra uno schermo o specchio che dir si voglia. È infatti proprio il riflettersi, cioè l’oggettivarsi del pensiero, a testimoniare l’esistenza di uno schermo-specchio, infallibile ed imparziale riproduttore di ogni proiezione.
Ora, il pensiero riflesso assume necessariamente una forma cangiante, che di solito (o così sembra) non lascia il minimo spazio libero sull’immutabile schermo-specchio, con ciò costituendosi, per il pensatore, come vero e proprio abbaglio. Occupando lo specchio – che di per sé, per poter riflettere, e quindi re-stituire ciò che riceve (1), ha da essere incolore e vuoto – il pensiero riflesso si propone come luce multicolore e articolata, tanto più abbagliante e seducente quanto più ricca di particolari e sfumature, talché il Pensatore (ma: CHI è, nell’uomo, Questo che pensa?), abbindolato da tale giochetto, abbandona la pura luce originaria dello specchio per smarrirsi nella fantasia cromatica derivata del pensiero riflesso (ma: CHI è, nell’uomo, che si smarrisce?).
Di qui, è da notare, l’incontenibile impulso a pensare e a parlare, cioè a stendere sulla superficie incolore e vuota dello schermo-specchio il drappo multicolore del pensiero riflesso, per compiacersene, consolarsene e… rimanerne abbagliato (ma: CHI è, nell’uomo, che prende l’abbaglio?) (2).
Tornando ancora al Pensatore, cioè a CHI pensa, occorre ribadire come il pensiero riflesso, cioè il pensato che si oggettiva assumendo una forma e un colore sullo specchio, altro non sia che una proiezione, dunque una “produzione” del Pensatore, cioè del Pensante, il quale, proprio perché produce la fantasia cromatica delle forme proiettata sullo schermo-specchio, deve essere in sé stesso a-cromatico e senza forma, dunque incolore e vuoto come… uno specchio!
Di più, il pensiero riflesso, cioè il pensiero pensato, è un pensiero morto, un pensiero che muore nell’istante del suo coagularsi in una forma (3); istante che è il medesimo del suo primigenio scaturire: istantaneità della scintilla quale origine senza forma e, insieme, della fiamma quale riflesso con forma.
Giunti a questo punto abbiamo preparato un bel pezzo di arrosto che può essere digerito (cioè tramutato in sangue e luce) solo se cotto nel forno del Silenzio Contemplativo, giacché in tale forno è acceso ed opera il Fuoco Catartico, “il fuoco che incenerisce qualsiasi concetto” (J.K. 2000) di cui la fiammata all’inizio accennata è stata, benché piccolissima, una probante testimonianza (4).
Nel bel pezzo di arrosto ha da vedersi l’identità di CHI, nell’uomo, pensa, e, pensando, resta abbagliato dal riflesso senza vita del pensato. Ma la domanda non è pertinente perché… CHI è che la pone? E CHI dovrebbe dare la risposta? Ogni domanda ed ogni risposta non cessano di costituire una proiezione, un’auto-espressione del Pensatore, che non può essere pensato, o, meglio, non può pensarsi senza che si produca un riflesso, una re-stituzione, un’oggettivazione, quindi una separazione, illusoria ma reale finché dura l’illusione, tra il Pensante ed il Pensato, ossia tra il Vivo e il Morto. Ecco perché nel Silenzio Contemplativo il Fuoco Catartico cuoce e tramuta in sangue e luce il bel pezzo di arrosto incenerendo ogni domanda ed ogni risposta, dacché la soluzione dell’enigma sta oltre ogni domanda e ogni risposta, tale “oltre” risiedendo appunto nel Silenzio, cioè nel Vivido Nulla: Picco Montano che per proiezione diventa Montagna, Fondo Abissale che per proiezione diventa Oceano, Centro Universale che per proiezione diventa Circonferenza e Sfera, Negazione che per proiezione diventa Affermazione, Assenza che per proiezione diventa Presenza.
(5)
(1) Restituire, è composto da re: di nuovo, e statere: far si che qualcosa sia. Dunque il riflettere dello specchio, è un continuo creare, un far essere sempre nuove le cose! E poi: dove potrebbero stare (sinteticamente) le cose prima di essere (analiticamente) create se non… nello specchio che le rispecchia?
(2) È così che anche il mondo, soffocato dalla cappa del pensiero riflesso, diventa un mondo pensato ed intellettualizzato, quindi pesante e deturpato, invece che visto e sentito così com’è (si consideri attentamente il paradosso del pensiero pesante, che nella sua pretesa di ‘chiarire’ il mondo stabilendo cos’è il vero e il giusto, lo ha piombato nel più sofisticato e subdolo materialismo).
(3) La forma è perciò la tomba del Pensante; forma-tomba che tuttavia, come nell’opera d’arte, può lasciar trasparire la luce del Pensante che vi è sepolto.
(4) Non è da escludere che la Prassi Contemplativa possa essere intesa ed assunta anche come un procedimento alchemico che prevede, come operazione principale, la liberazione (sovra-cosciente) del Fuoco Nascosto, inattivo sino a che non diventa il Fuoco attivo (Zolfo) che agendo sull’Acqua dell’Illusione (Mercurio) la fa evaporare e realizza l’Integrazione (Sale) dell’Uomo con Se stesso, con gli Uomini e con il Cosmo.
(5) Fonte della figura: www.iciottoliromani.it Il rosone è simbolo del Senza Forma da cui, per proiezione, s’irradiano le Forme dell’Essere.
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