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Svuotare il cuore
Posted by Taianokai on Dicembre 1, 2011da: Giangiorgio Pasqualotto, YOHAKU, Forme di ascesi nell’esperienza estetica orientale, Esedra editrice.
Per le arti orientali, in particolare per quelle ispirate dalle tradizioni taoiste e buddiste – come nel caso dello shodao cinese e dello shodo giapponese – si deve considerare come necessaria e preliminare anche la disciplina della meditazione, la quale si pone come mezzo fondamentale non solo per comprendere ma anche per esperire le caratteristiche di muga e mujo, cioè della mancanza di sostanza e della mancanza di permanenza dell’io e degli eventi: senza «svuotare il cuore» non si possono cogliere queste due caratteristiche che qualificano ogni fatto e ogni aspetto della realtà e della vita. Senza «svuotare il cuore», dunque, non può esservi immediatezza nell’intuizione e nell’esecuzione.

Ma «svuotare il cuore» non è condizione gratuita: è il prodotto di una disciplina che va oltre la disciplina, come il frutto di un albero è il risultato di una cresciuta faticosa che inaugura una nuova vita. Non è un caso se i grandi maestri dello shodo siano stati anche maestri zen o abbiamo, comunque, praticato la meditazione seduta (zazen): questa infatti non è un semplice espediente pratico per ottenere un po’ di tranquillità, ma è l’operazione imprescindibile per quello «svuotare il cuore» che consente una depurazione tanto fisica quanto mentale; ciò si può comprendere se si tiene presente innanzitutto che la meditazione non si rivolge a qualcosa, non è meditazione su un contenuto specifico, ma consiste in primo luogo in un’attenzione al respiro priva dell’intenzione di controllarlo, in modo tale che esso, non sollecitato né da idee né da emozioni – nemmeno dal desiderio di renderlo tranquillo, si placa facendosi lungo e profondo.
Questa ‘semplice’ operazione incentrata sull’attenzione all’andare e al venire del respiro – detta in lingua pali (nella quale è stato scritto il canone buddista delle origini) – anapanasati e magistralmente descritta nel Satipatthana Sutra, costituisce la qualità funzionale principale della meditazione e, come tale, è alla radice di ogni movimento, sia fisico che mentale, prodotto durante la pratica di shodo: quanto migliore è questa operazione, tanto migliore sarà la presa del pennello, eseguita senza sforzo ma anche senza distrazione; e tanto migliore sarà la diluizione dell’inchiostro, fatta cioè in modo che non risulti né sbriciolato né troppo liquido; e tanto migliore sarà il tratto, tracciato nella dovuta misura, ossia secondo l’intensità e l’estensione richieste dalla situazione, con mano, polso, braccio e spalla rilassati al punto giusto, senza essere né rigidi né fiacchi; e così di seguito, per tutte le parti del corpo e della mente, anche per quelle che non entrano direttamente nell’esecuzione grafica.
Quindi il risultato che noi contempliamo in una calligrafia di un grande maestro subito ci comunica l’immediatezza di un’intuizione e di un esecuzione perfette. Tuttavia non è mai da dimenticare il fatto che tale immediatezza è il risultato istantaneo di un lungo e profondo lavoro di attenzione di purificazione, così come un cristallo meraviglioso è prodotto dall’opera lenta, tenace e silenziosa delle forze della natura.
Sulla omologia fra “il Pennello e la Spada” vedi Yasumi.
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