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Opus e labor, gestus e gesticulatio

Posted by Taianokai on Aprile 10, 2010

Brani proposti

Nella storia linguistica del medioevo le due parole che designano il lavoro sono opus e labor. Opus (l’opera) è il lavoro creativo, il vocabolo della Genesi che definisce il lavoro divino, l’atto della creazione del mondo e dell’uomo a immagine di Dio. Da questo termine deriverà operari (creare un’opera), operarius (colui che crea) e più tardi la parola “operaio”, cioè il lavoratore dell’era industriale. A termini elogiativi come in francese “chef-d’oeuvre” (capolavoro) o “maître d’oeuvre” (maestro di bottega) si contrapporrà il peggiorativo “manodopera”, destinato al lavoro meccanico. Labor, la fatica, il lavoro laborioso, è sul versante della colpa e della penitenza. È opportuno aggiungere  il concetto di ars (mestiere), che si accompagna a quello di artifex (artigiano), di valenza positiva, ma limitato al campo tecnico.

Il gesto coinvolge l’intero corpo e l’essere nella sua totalità: l’espressione esteriore (foris) comunica le disposizioni e i moti interni (intus) dell’anima. Ma occorre distinguere tra gesti (gestus) e gesticolazione (gesticulatio), cioè agitazione gestuale e altri contorcimenti che fanno pensare al diavolo. La tensione è qui ancora una volta percepibile. Per un verso il gesto esprime l’interiorità, la fedeltà, la fede. Per l’altro, il gesticolare è segno di perfidia, di possessione, di peccato […] Dietro i gesti, Quaresima e Carnevale sono ancora avvinghiati in un corpo a corpo. E la parola, al pari del riso, è anch’essa un fenomeno corporale, passa attraverso la bocca, questo filtro imperfetto che lascia uscire parole scurrili ed espressioni blasfeme, ma anche preghiere e sermoni.

Jacques Le Goff, Il corpo nel Medioevo (ediz. Promolibri).

Pieter Bruegel il Vecchio, Combattimento tra Carnevale e Quaresima (particolare).


L’uomo tarchiato dal grande ventre, che siede a cavalcioni di una botte e si appresta alla tenzone brandendo uno spiedo sul quale è infilzata una testa di maiale, è Carnevale. Di fronte a lui, scarna ed emaciata, con in testa un’arnia che ricorda il miele dei giorni di digiuno, gli si oppone Quaresima, che impugna una pala sulla quale sono deposte due aringhe.



Il “succo” della conversazione

I brani proposti permettono di osservare dall’Occidente medievale, e quindi con i “nostri occhi”, le Arti marziali nipponiche, e, per quel che ci riguarda, l’Arte della Spada. Visto con tali occhi il Dojo è il Laboratorio nel quale attraverso il labor, ossia attraverso il severo impegno della mente e del corpo, il Praticante, l’artifex, attende all’Opus, ovvero all’edificazione di sé, alla formazione della propria vera personalità e, dandosene le condizioni, all’Illuminazione, ciò che, indubbiamente, costituisce “le chef d’oeuvre”, il Capolavoro.
Nel Dojo-Laboratorio il Praticante-Artifex, seguendo gli insegnamenti tecnici (Ji) e spirituali (Ri) dei “Maestri di bottega”, cioè dei Maestri di Spada, abbandona pian piano la gesticulatio per educarsi al gestus, al “beau geste”, al gesto armonico (foris) esprimente il grado di maturazione  interiore (intus) e quindi, per così dire, la “sintonia” con il Principio Celeste che la Tradizione dice risiedere nel Cuore (Kokoro).