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Sportilia 2011

Posted by Taianokai on 18 Luglio, 2011

Anche quest’anno la Tai-A no Kai ha partecipato con cinque allievi all’importante seminario internazionale di Sportilia, diretto in maniera impeccabile dai sensei:  Yoshinobu AZUMA Hanshi 8 dan, Hachiro NAKANO Hanshi 8 Dan e Shuichi KAMIKOKURYO Hanshi 8 Dan.

AZUMA sensei, prendendosi cura dei 5 e 6 dan, ha insistito particolarmente, durante tutto lo stage, sul fatto che KIMOCHI, cioè il sentimento interiore, debba potersi vedere esteriormente grazie all’espressione corporea.

Riguardo al SEIZA, la postura seduta, egli ha effettuato numerose correzioni di schiene inclinate più o meno all’indietro, cosa che certamente non esprime il kimochi del SEME, ossia della prontezza attiva che deve irradiarsi nei confronti del TEKI, l’avversario, ciò valendo, ovviamente, anche per la postura in piedi e per ogni tipo di controproducente inclinazione in avanti o in dietro, a destra o a sinistra, compresa la variazione in alto o in basso riguardo alla distanza fra il terreno e la sommità della testa durante i movimenti richiesti dal WAZA, cioè dalla tecnica.

Si tratta di un insegnamento KYHON, cioè di base, ma, come sappiamo, l’Arte non è altro che il perfezionamento continuo della base, richiedente un impegno non comune, nonostante il sensei, con la sua dimostrazione pratica di straordinaria naturalezza, l’abbia fatta apparire a portata di mano!

Un principio importantissimo è stato pertanto ribadito da Azuma sensei, e cioè la necessaria coesistenza KIMOCHI-WAZA, ovvero spirito-tecnica, le famosissime due ruote del carro!

Ascoltando il sensei e rimuginandone gli insegnamenti ci è venuto in mente un molto significativo brano del bellissimo testo Il paese dell’eroica felicità, di Pietro Silvio Rivetta (Toddi). Un brano che è senza dubbio in piena sintonia con quanto sinora osservato, in special modo riguardo a «DOKYÔ GA SUWARU».

«V’è una differenza grande tra l’esser seduti all’europea e il tatami ni suwari ossia stare accoccolati sulla stuoia nipponica (tatami), cioè inginocchiati su un semplice cuscino e poggiando il corpo sui calcagni: una differenza non soltanto formale.
Lo stesso vocabolo giapponese, suwari, implica un’idea di stabilità.
Di una pietra la quale sia mal collocata, incerta sulla base, un Giapponese dirà che essa è «mal seduta», usando il medesimo vocabolo: «hono isi no suwari ga warui».

Per sedere alla giapponese è incomodo l’abito europeo: è adatto il costume nazionale: lo hakama, il largo pantalone nipponico, ha nella parte posteriore della cintura un sostegno trapezoidale (lo hakama-kosi) il quale sorregge le reni e da un senso di comodità e di benessere. Chi siede alla giapponese ha la muscolare coscienza del proprio corpo, mentre chi si abbandona su una poltrona depone in essa se stesso: rinuncia, in un certo modo, alla propria corporea personalità. Non è facile tradurre in italiano una tipica espressione nipponica nella quale interviene il verbo suwaru, quel medesimo che serve ad esprimere la posa abituale del giapponese assiso: «dokyô ga suwaru» significa «diventar coraggioso», «aver sangue freddo». È mai possibile immaginare un simbolico e personificato coraggio adagiato mollemente su una poltrona o su una sedia a sdraio?».